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Le sorelle Montgolfier

mongolfiera

Si chiamavano Joseph ed Étienne, ed erano fratelli. A loro va il merito di aver per primi portato un essere umano nel cielo. Sono i fratelli Montgolfier, gli inventori della mongolfiera, appunto. Non c’è aereo a reazione, non c’è stazione spaziale che siano riusciti a scalfire il fascino di quel loro primordiale, variopinto, leggero, fragilissimo strumento di volo. È una questione di poesia.

Variopinte, leggere e fragili sono le mongolfiere di Div.ergo, che si liberano dalle mani di due “sorelle”, Arianna e Dora, per andare, di volta in volta, a formare un decoro sospeso, esaltare il movimento e l’equilibrio di un mobile, o consegnare un messaggio.

Niente ago e filo per metterle insieme e tirarle su. Solo (si fa per dire) un paio di forbicine da ritaglio, qualche graffetta, una pinzetta di precisione. E molta, molta pazienza. Come in una staffetta, Arianna e Dora si passano di mano il lavoro, finché, quasi a sorpresa, dal foglio piatto viene fuori un volume curvo e armonico. A quel punto, la fitta trama di strisce di carta colorata sembra davvero pronta a prendere il volo al primo refolo di vento. Tocca a Dora dare l’ultimo tocco prima di farla andare. E ogni volta, all’incontro successivo, Arianna, senza neanche salutarla, ma scrutandola in viso come scrutasse il cielo sperando di vedere un pallone che si perde all’orizzonte, le chiede: “Ma poi è andata bene?”

Dora Galasso e Vito Paradiso

I nuovi quaderni di Div.ergo

PLOF! A volte cadono pesanti e rumorose come sassi in uno stagno, così che è impossibile non accorgersene. Altre volte si adagiano leggere e silenziose come foglie d’autunno, che solo un occhio attento e preparato non si lascia sfuggire. Possono essere scagliate con forza, come sassi, o come foglie staccarsi naturalmente dall’apparente quiete dell’albero. Sono solo frasi, però. Niente più che un pugno di parole messe insieme, spesso a dispetto delle regole della grammatica e della sintassi, da qualcuno dei nostri artisti, nel tentativo di aprire una strada a qualcosa che si muove dentro fino a raggiungere la superficie.

Ma noi proviamo a non lasciarle sfuggire, le fermiamo sulla copertina di un quaderno per offrirle ad altri, perché tante volte le parole mancano, e ci vuole qualcuno che ce le dia. Le raccogliamo come un’ape raccoglie il nettare, attratti dalla loro forza espressiva, e da quella sapienza non convenzionale che solo gli ingenui credono spontanea. E le prestiamo, perché le parole si prestano e non si regalano: non puoi recidere il loro legame con chi le ha pronunciate, morirebbero. Dunque, parola agli artisti. Li trovate in mezzo ad Alda Merini, Groucho Marx, David Maria Turoldo e Woody Allen. T

rovate Fabrizio, che a prezzo di non poche sofferenze ha maturato un consiglio per un amico: Sii paziente e gentile e saggio da saggezza… e non fare di testa tua. Trovate Aurora, che sa quello che cerca, perché Gli occhi miei puntano alle cose belle. E Giulio, che ha espresso la meraviglia per il cambiamento che ha sperimentato, constatando con semplicità disarmante: Io prima mi alzavo alle dodici. Scoprirete, ancora con Fabrizio, che prima o poi ci si deve trovare Solo con me stesso, dentro di me e in me coraggio a guardare il silenzio. E che, toccando la vita, non ci si può preoccupare di sporcarsi le mani, perché, come dice Federica, Sono un’artista, per questo mi sporco.

Vito Paradiso

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