Quando la strada è in salita. A scuola di diversità
Qualche sera fa sfogliavo per caso un glossario di sociologia. Mi sono imbattuta in questa definizione: “Col termine integrazione si intende l'inclusione delle diverse identità in un unico contesto all'interno del quale non sia presente alcuna discriminazione e nel quale venga praticata la comunicazione. (…) L'integrazione è il processo attraverso il quale il sistema acquista e conserva un'unità strutturale e funzionale, pur mantenendo la differenziazione degli elementi. L'integrazione è anche il prodotto di tale processo, in termini di mantenimento dell'equilibrio interno del sistema, della cooperazione sociale, del coordinamento tra i ruoli e le istituzioni”.
Qualcosa in contrario? Credo proprio di no. Chi si permetterebbe?
Ma poi, ho provato un certo disagio. E mi è venuta in mente una cosa che stiamo sperimentando da alcuni anni. Una cosa che, personalmente, osservo con un certo sbigottimento.
Avete presente le nostre Scuole? Sì, quelle di ogni ordine e grado, proprio quelle dove si lavora tanto per l’integrazione o, come molti, oggi, preferiscono dire, per l’inclusione. Bene, in queste Scuole della città e della Provincia, fucine di progetti, iniziative, incontri con esperti e sul territorio, abbiamo fatto capolino, negli ultimi 5 anni, in modo discreto, con una mail e qualche volantino, per proporre SCUOLA DI DIVERSITÀ.
Di che si tratta? È presto detto: 4 ore in cui gli studenti – dalla III della Scuola Primaria alla Scuola Superiore – si spostano nel Laboratorio Div.ergo e, conversando, ascoltando, lavorando, intrattenendosi con i nostri artisti, che in questo caso assumono un ruolo docente, si immergono in un contesto in cui la diversità si tocca in tutta la sua ricchezza, nella sua bellezza, in quelli che sono i valori di cui è portatrice. Inoltre, l’integrazione, l’inclusione non sono concetti su cui ragionare insieme o su cui qualcuno si permette anche di storcere il muso, ma sono una cosa che si fa insieme, si sperimenta con naturalezza e, alla fine, genera la sorpresa inaspettata di rendersi conto di aver toccato più profondamente se stessi.
Questa è SCUOLA DI DIVERSITÀ.
E a questa scuola non vuole partecipare nessuno, o troppo pochi – tre classi all’anno – in un contesto in cui ancora troppi sono i bambini, i ragazzi e i giovani esclusi, fatti oggetto di atti di bullismo, percepiti come un peso o guardati con compassione, con difficoltà o, e non esagero, con disprezzo dai coetanei.
Ma forse i 3,50 euro a partecipante che chiediamo per sostenere le spese vive per la realizzazione del progetto sono troppi…
O forse è più formativo parlare e basta.
Maria Teresa Pati