Editoriale

Mariella, l’artista che non c’è…e c’è

Mariella

L’Esserci non è mai una semplice presenza, come è per le cose, giacché l’uomo è proprio quell'ente per cui le cose sono presenti.

Il modo di essere dell’Esserci è l’esistenza, una possibilità da attuare. Così pensava il signor Levinas, e proprio questo suo pensiero ci aiuta a spiegarci cosa accade a Div.ergo, in questo tempo in cui Mariella non è presente.

Quasi ogni giorno fiorisce, fra gli artisti, un pensiero, una domanda, un ricordo, l’iniziativa di mandarle un audio messaggio, una foto, una lettera, la decisione di andarla a trovare, il bisogno di vederla e sentirla….

Mariella – proprio lei che realizza i fili infiniti di perline per decorare gli abiti delle bambole, i Botto.nò o i quaderni – da qualche tempo è impegnata ad infilare i minuti e le ore delle sue giornate con la stessa pazienza e la stessa tenacia con cui era china sul tavolo da lavoro.
Mariella, con questo compito difficile e laborioso che la assorbe totalmente, continua ad esserci in laboratorio, perché, come tutti i suoi colleghi e i suoi amici, duetta a distanza con ciascuno di loro, per svolgere quel compito imprevedibile che il vivere richiede a ciascuno in certi momenti della propria storia.

A volte la malattia allontana e rende invisibili, rende silenziose e mute le relazioni, quasi spinge a dimenticare, a togliere dalla mente la presenza dell’altro. Questo accade, lo vediamo accadere tante volte, in tante storie di rapporti che sono un po’ più in là della cerchia parentale.

Fra gli artisti di Div.ergo non è così. Da noi soggetto non è mai la malattia, da noi soggetto è sempre la persona che non può non esserci perché non è presente, che c’è e continua ad esserci per sempre.

Si tratta di arrivare a dare uno spessore più profondo all’essere in relazione. Cosa che mai sarà cancellata da una malattia, perché – ovunque si trovi l’altro – sta attuando la sua possibilità di vivere, nella storia o oltre la storia, visibile agli occhi, o visibile al cuore di chi lo ama. E questo, che può sembrare difficile, a Div.ergo viene naturale.

Maria Teresa Pati

10 anni... e tanta voglia di crescere

artisti 10 anni

“Rendimi il tempo della mia adolescenza, quando ancora non ero me stesso, se non come attesa.” (Goethe, Faust)

Il Laboratorio non ha bisogno di chiedere a nessuno che gli sia reso il tempo che non è più: nell’adolescenza, infatti, sta per entrare, in punta di piedi, e lo vuol fare con tutte le attese e le speranze in un futuro in cui, in qualche modo, è già, con i sogni che lo animano, con le intuizioni cui mettere mani e piedi per farle diventare nuove avventure e originali percorsi verso uno stile di vita sempre più adulto, alla portata di ogni artista.

Quando, dieci anni fa, abbiamo iniziato ad abitare lo spazio che il Comune di Lecce ci ha concesso per il Progetto Div.ergo, avevamo al nostro attivo tanta voglia di cambiare un po’ il mondo, di farlo diventare un po’ di più casa di tutti e di farlo guardando in faccia quei nove amici – gli artisti – che erano già con noi in altre esperienze.

Di quegli artisti alcuni non sono più in laboratorio: Mariella ci protegge dal cielo, altri – o chi per loro – hanno preferito esperienze diverse o manifestato esigenze cui il Laboratorio non poteva rispondere.

Ma altri otto si sono aggiunti e, guardando alla strada fatta, al tempo condiviso, siamo invasi dallo stupore. La realtà, davvero, ha superato la nostra stessa immaginazione. Oggi tre nostri artisti hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Oggi tutti i nostri artisti sono in grado di raggiungere a piedi il laboratorio, autonomamente. Oggi tutti hanno maturato una competenza artistica ed un’apertura culturale davvero inimmaginabili in partenza. È proprio di questi giorni la sorpresa di sentir canticchiare, mentre si dipinge un Iris di Van Gogh o si manipola la resina per costruire un presepe, le arie del Rigoletto, ultima tappa del nostro viaggio fra le bellezze della parola e della musica.

Mi sento di dire che oggi, la nostra Città, grazie alla presenza del Laboratorio, è più bella: quante persone, in questi dieci anni, hanno potuto cambiare idea sulla disabilità; quante sono entrare attratte dalla gioia che si vede dipinta sui volti, quante hanno aperto il cuore alla speranza di futuro per i propri figli. Quanti turisti ci hanno arricchito con la loro benevolenza e quanti complimenti abbiamo ricevuto per l’Amministrazione della città e per l’esperienza!

Tutto questo, però lo consideriamo periodo di prove tecniche: ora per noi è tempo di crescere, è tempo di dialogare più intensamente con l’Amministrazione e con le altre associazioni per costruire reti capaci di contribuire a quanto rende la Città un luogo in cui tutti i cittadini, nessuno escluso, sono protagonisti, attivi costruttori di benessere e di ben vivere. È tempo di cercare le strade percorribili, perché ci sia lavoro per molti. È tempo di fare passi per una vita più autonoma per le persone con abilità diverse, una vita che faccia dell’essere adulti quella soglia da varcare per diventare costruttori di un mondo altro, dove le relazioni, la collaborazione, il desiderio diventano le leve per forzare alla speranza un tempo che sembra bombardato dall’egoismo, da forme di negazione dell’umano che rischiano di far orientare la storia verso la morte.

Noi, a Div.ergo, abbiamo questo programma: rimboccarci le maniche per costruire una Vita più bella per molti, sporcandoci le mani.

Maria Teresa Pati

Quando la strada è in salita. A scuola di diversità

Qualche sera fa sfogliavo per caso un glossario di sociologia. Mi sono imbattuta in questa definizione: “Col termine integrazione si intende l'inclusione delle diverse identità in un unico contesto all'interno del quale non sia presente alcuna discriminazione e nel quale venga praticata la comunicazione. (…) L'integrazione è il processo attraverso il quale il sistema acquista e conserva un'unità strutturale e funzionale, pur mantenendo la differenziazione degli elementi. L'integrazione è anche il prodotto di tale processo, in termini di mantenimento dell'equilibrio interno del sistema, della cooperazione sociale, del coordinamento tra i ruoli e le istituzioni”. 

Qualcosa in contrario? Credo proprio di no. Chi si permetterebbe? 

Ma poi, ho provato un certo disagio. E mi è venuta in mente una cosa che stiamo sperimentando da alcuni anni. Una cosa che, personalmente, osservo con un certo sbigottimento. 

Avete presente le nostre Scuole? Sì, quelle di ogni ordine e grado, proprio quelle dove si lavora tanto per l’integrazione o, come molti, oggi, preferiscono dire, per l’inclusione. Bene, in queste Scuole della città e della Provincia, fucine di progetti, iniziative, incontri con esperti e sul territorio, abbiamo fatto capolino, negli ultimi 5 anni, in modo discreto, con una mail e qualche volantino, per proporre SCUOLA DI DIVERSITÀ.

Di che si tratta? È presto detto: 4 ore in cui gli studenti – dalla III della Scuola Primaria alla Scuola Superiore – si spostano nel Laboratorio Div.ergo e, conversando, ascoltando, lavorando, intrattenendosi con i nostri artisti, che in questo caso assumono un ruolo docente, si immergono in un contesto in cui la diversità si tocca in tutta la sua ricchezza, nella sua bellezza, in quelli che sono i valori di cui è portatrice. Inoltre, l’integrazione, l’inclusione non sono concetti su cui ragionare insieme o su cui qualcuno si permette anche di storcere il muso, ma sono una cosa che si fa insieme, si sperimenta con naturalezza e, alla fine, genera la sorpresa inaspettata di rendersi conto di aver toccato più profondamente se stessi. 

Questa è SCUOLA DI DIVERSITÀ. 

E a questa scuola non vuole partecipare nessuno, o troppo pochi – tre classi all’anno – in un contesto in cui ancora troppi sono i bambini, i ragazzi e i giovani esclusi, fatti oggetto di atti di bullismo, percepiti come un peso o guardati con compassione, con difficoltà o, e non esagero, con disprezzo dai coetanei

Ma forse i 3,50 euro a partecipante che chiediamo per sostenere le spese vive per la realizzazione del progetto sono troppi… 

O forse è più formativo parlare e basta.

Maria Teresa Pati

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