Interviste

Premiata ditta Dora & Giulio

Dora e giulio

Certe volte li guardi e pensi che siano degli 007 infiltrati a Div.ergo: si parlano usando uno strano codice. Una detta e l’altro riporta fedelmente sul suo foglio di carta: 20 da 10.0 … 60 da 0.1 …  50 da 0.5 … 8 da 5.0. Abbiamo provato a fare gli esperti di crittogrammi e a sciogliere l’enigma: all’inizio congetturavamo che fossero le volte in cui Gabriele ride di gusto, con i relativi decibel; poi abbiamo pensato che si trattasse di posizioni georeferenziate per localizzare supermercato e lo scaffale in cui comprare la pasta in offerta. Infine abbiamo capito che erano misure e quantità precise per dosare il fimo.

Sono una coppia di collaboratori affiatati Dora e Giulio. Condividono un’estrema meticolosità e precisione nel fare le cose, a volte ai limiti del tollerabile, ma senza di loro il laboratorio e la produzione degli oggetti in fimo sarebbero una sorta di caos primordiale, l’universo un minuto dopo il Big Bang.

Impastano, mischiano, plasmano, tagliano, scrivono, rifanno, puliscono, pesano: su gran parte del lavoro, operano al plurale.

Sono seduti vicini e, quando Dora non c’è, si comunicano il lavoro da fare per telefono. Dora sa di poter contare su Giulio e Giulio supporta Dora in maniera impeccabile, talvolta con molta delicatezza le segnala le incongruenze e gli errori di calcolo che lei fa,  mentre riserva ai “maschi” del laboratorio la sua ruvida ironia.

Dora gli insegna con cura i “segreti del mestiere”, perché Giulio possa, sempre di più, fare da sé. Giulio non si è lasciato sfuggire nulla e ha acquisito da lei non solo i modi per realizzare e assemblare le varie parti che compongono gli angioletti, ma anche la capacità di organizzare il lavoro proprio e altrui e di incoraggiare le colleghe Laura e Valentina quando perdono il filo e non si raccapezzano. Raffredda gli animi, è il confidente privilegiato di qualche groviglio interiore. Anche Dora ha guadagnato molto: un ottimo conforto alle sue agitazioni quando il lavoro e le scadenze si fanno pressanti, una presenza scanzonata e premurosa, uno che non dimentica che le cose vanno fatte sempre… e bene.

La premiata ditta Dora & Giulio è questo. Non sono ammesse imitazioni!

Gianluca Marasco

Da cosa nasce cosa

Munari

“Da cosa nasce cosa”: lo diceva spesso il nostro amico Bruno (Munari), che è rimasto impresso nei discorsi e nei pensieri degli artisti del Laboratorio per la sua bravura nelle arti nobili e soprattutto per il pizzico di ironia con cui ha sempre condito il suo mestiere e per alcuni tratti del suo carattere, in cui ci siamo riconosciuti.

Lo sa bene Federica, che alla domanda “Cosa ricordi di Munari?” ci lancia uno sguardo furbo e risponde: Che era una faccia di bronzo, perché otteneva tutto quello che voleva fare lui!

E quando le chiediamo di ricordare un episodio che lo riveli, subito ci racconta: Voleva a tutti i costi andare con il gruppo di artisti (i futuristi – ndr) a cui piaceva il movimento. Per esempio, suonava alla porta di Marinetti per far parte del suo gruppo di artisti. Ha insistito e alla fine Marinetti ha detto: Basta! Vieni, e lo ha fatto entrare.

L’incontro con Munari è stato l’incontro con un artista poliedrico, per questo è piaciuto a tutti.

“Che cosa ha fatto Bruno Munari?”

Laura: Ha fatto le lampade, gli orologi strani, i quadri realizzati con le stampanti… ha fatto diverse cose; le forchette parlanti: sono originali e particolari, strampalate.

“Cosa hanno di particolare?”

Le piegava come se fossero le dita di una mano.

“Raccontateci un po’ del vostro amico Bruno Munari”.

Giulio: Mi è piaciuto il fatto che insegnava come disegnare le cose, ad esempio il sole e l’albero. Alessandra: È nato a Milano, ma poi va a vivere nel Polesine. A me piaciuto molto che scrive libri, in particolare quello dei “segni /gesti” e poi che ci ha aiutato a trovare il nostro nome d’arte.

 “Ci dici il tuo?”

Il mio è AlCol, che è l’inizio di Alessandra e l’inizio del mio cognome Colitta; come il suo amico Riccardo che si faceva chiamare RiCas.

“Avete letto il Supplemento alla Lingua italiana: vi è piaciuto questo libro sui gesti?

Laura: È stato molto interessante perché noi italiani abbiamo diverse abitudini, tra cui quella di gesticolare. E lui ha fatto l’enciclopedia dei gesti.

“Ma qual è l’opera che vi è piaciuta di più?”

Federica: L’albero.

Gabriele: La lampada fatta con la calza di nylon.

Valentina: Il mare (i quadretti realizzati con gli oggetti levigati dal mare e recuperati sulla spiaggia - ndr).

Giulio: I quadri realizzati con le stampanti.

“Se doveste raccontare a un visitatore la cosa più interessante di Bruno Munari di cosa gli parlereste?”

Andrea: Dei laboratori per i bambini per aiutarli a sviluppare la fantasia.

Giulio: Era geniale! Perché nessuno sospettava che potesse fare tantissime cose.

“Come mai Bruno proponeva tanti laboratori ai bambini e ai partecipanti alle sue mostre?”

Andrea: Faceva fare tanti laboratori e costruiva oggetti inutili per imparare a ragionare e a usare la fantasia.

È proprio questo che ci è rimasto di più di Bruno Munari, la possibilità di fare “ginnastica mentale”, di usare la fantasia per guardare oggetti, realtà e persone da diversi punti di vista.

Dora Galasso e Nicola Cagnazzi

All'opera per l'opera

rigoletto

Ci sono una melomane, un fan dei Deep Purple e uno che non canta neanche sotto la doccia.

Potrebbe essere un ottimo incipit per una barzelletta, e invece è una cosa seria. Sono seduti uno accanto all’altro – ad essere precisi – insieme ai loro colleghi di Div.ergo, ad assistere con gli occhi sgranati e le orecchie ben aperte ad una stupenda messa in scena del Rigoletto.

Ma andiamo per gradi, perché per gradi ci siamo avvicinati a questa serata scintillante a teatro, di quelle con i papillon e gli abiti da sera. Quattro intense settimane di incontri e analisi dei testi, arie ascoltate, riascoltate e canticchiate, conoscenza dei personaggi, le cui vicende hanno suscitato passioni, commenti e riflessioni. Fino alla sorpresa di una visita in Laboratorio da parte dei loro interpreti.

Ora, quasi una settimana dopo, ci ritroviamo a parlarne (ancora una volta).

Laura – lei è la melomane del gruppo, appassionata di opera da lungo tempo – ha ancora negli occhi scene, costumi, gli interpreti sul palco. “Sono abituata a vedere l’opera in tivù” commenta “Ma dal vivo è tutta un’altra cosa. Ci siamo andati insieme… ma quando mai?!” Ancora non si spegne in lei la sorpresa per aver partecipato dal vivo alla sua passione di sempre. Lei seguirà tutta la nostra chiacchierata con gli occhi aperti, protesa in avanti: “Se mi vuoi fare qualche altra domanda, fa’ pure!”

Giuliano ha una cultura musicale molto vasta, ma estesa in tutt’altri territori. I suoi preferiti sono i Red Hot Chili Peppers e Zucchero, tanto per intenderci. Non è certo tipo che si lanci in facili entusiasmi, lui. “Non è il mio genere. Preferisco i Pearl Jam.” Ma questo sconfinamento dai suoi orizzonti non lo ha lasciato certo indifferente. “Mi ha soddisfatto. Non pensavo sarebbe uscito il Rigoletto… Se andiamo tutti ci vado di nuovo!”

La vera sorpresa, però, è stato Giulio. Lui, che sarebbe quello che non canta neanche sotto la doccia, è stato progressivamente conquistato dall’opera, dalla storia, dai personaggi, dalle arie. La sua preferita è Questa o quella. “All’inizio è stato difficile. Non ci capivamo niente. Poi l’abbiamo sentita e cantata, e siamo riusciti. È difficile cantare e parlare insieme…” Parla guardando il foglio appeso al muro, dove è scritto, ben visibile per tutti, il testo dell’aria. “Ce ne fai sentire un pezzo?” La domanda è azzardata, buttata un po’ lì per vedere quali risposte susciterà. “Va bene.” Si schiarisce la voce. “Non sono bravo, però…”. Però la canta tutta. Dalla prima all’ultima parola. E quando finisce non si concede neanche troppo all’applauso che parte spontaneo dai colleghi: la sua non è stata un’esibizione, l’ha semplicemente fatto con gusto. “Pensavo che mi annoiavo, però mi è piaciuto”. E come se non bastasse, spiega pure, su richiesta dello scrivente, il senso dei versi più oscuri.

Gabriele si lancia pure lui in una interpretazione dell’aria, e quando si gira, alla fine, ha la fronte imperlata di sudore per l’impegno che ci ha messo.

Federica, che in queste settimane si divertiva a rivolgersi agli altri canticchiando le parole che aveva da dire loro, ha ridotto senza indugio la distanza tra finzione e realtà, eleggendo prima come sua ennesima sorella il soprano interprete di Gilda (glielo ha chiesto personalmente, è ovvio, e ha ottenuto un pieno assenso) e rivolgendo poi, nell’incontro ravvicinato che abbiamo avuto a fine spettacolo, una dura reprimenda al tenore interprete del Duca di Mantova: “Sei un farfallone! Devi cambiare, tu”.

Questo è Div.ergo all’opera… per l’opera. Un’opera lunga dieci anni, in verità, che prima di portarci a teatro ci aveva già condotti di volta in volta a bordo di un aereo – per vedere dal vivo le opere di artisti dopo averli conosciuti tanto da sentirli amici o fratelli – o a fare quattro passi nel nostro animo, provandoci nello scandagliare i nostri vissuti, dare loro parole adatte ed elaborare risposte inedite.

Ora si apra il sipario: comincia il secondo atto.

(Vito Paradiso)

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