Interviste

All'opera per l'opera

rigoletto

Ci sono una melomane, un fan dei Deep Purple e uno che non canta neanche sotto la doccia.

Potrebbe essere un ottimo incipit per una barzelletta, e invece è una cosa seria. Sono seduti uno accanto all’altro – ad essere precisi – insieme ai loro colleghi di Div.ergo, ad assistere con gli occhi sgranati e le orecchie ben aperte ad una stupenda messa in scena del Rigoletto.

Ma andiamo per gradi, perché per gradi ci siamo avvicinati a questa serata scintillante a teatro, di quelle con i papillon e gli abiti da sera. Quattro intense settimane di incontri e analisi dei testi, arie ascoltate, riascoltate e canticchiate, conoscenza dei personaggi, le cui vicende hanno suscitato passioni, commenti e riflessioni. Fino alla sorpresa di una visita in Laboratorio da parte dei loro interpreti.

Ora, quasi una settimana dopo, ci ritroviamo a parlarne (ancora una volta).

Laura – lei è la melomane del gruppo, appassionata di opera da lungo tempo – ha ancora negli occhi scene, costumi, gli interpreti sul palco. “Sono abituata a vedere l’opera in tivù” commenta “Ma dal vivo è tutta un’altra cosa. Ci siamo andati insieme… ma quando mai?!” Ancora non si spegne in lei la sorpresa per aver partecipato dal vivo alla sua passione di sempre. Lei seguirà tutta la nostra chiacchierata con gli occhi aperti, protesa in avanti: “Se mi vuoi fare qualche altra domanda, fa’ pure!”

Giuliano ha una cultura musicale molto vasta, ma estesa in tutt’altri territori. I suoi preferiti sono i Red Hot Chili Peppers e Zucchero, tanto per intenderci. Non è certo tipo che si lanci in facili entusiasmi, lui. “Non è il mio genere. Preferisco i Pearl Jam.” Ma questo sconfinamento dai suoi orizzonti non lo ha lasciato certo indifferente. “Mi ha soddisfatto. Non pensavo sarebbe uscito il Rigoletto… Se andiamo tutti ci vado di nuovo!”

La vera sorpresa, però, è stato Giulio. Lui, che sarebbe quello che non canta neanche sotto la doccia, è stato progressivamente conquistato dall’opera, dalla storia, dai personaggi, dalle arie. La sua preferita è Questa o quella. “All’inizio è stato difficile. Non ci capivamo niente. Poi l’abbiamo sentita e cantata, e siamo riusciti. È difficile cantare e parlare insieme…” Parla guardando il foglio appeso al muro, dove è scritto, ben visibile per tutti, il testo dell’aria. “Ce ne fai sentire un pezzo?” La domanda è azzardata, buttata un po’ lì per vedere quali risposte susciterà. “Va bene.” Si schiarisce la voce. “Non sono bravo, però…”. Però la canta tutta. Dalla prima all’ultima parola. E quando finisce non si concede neanche troppo all’applauso che parte spontaneo dai colleghi: la sua non è stata un’esibizione, l’ha semplicemente fatto con gusto. “Pensavo che mi annoiavo, però mi è piaciuto”. E come se non bastasse, spiega pure, su richiesta dello scrivente, il senso dei versi più oscuri.

Gabriele si lancia pure lui in una interpretazione dell’aria, e quando si gira, alla fine, ha la fronte imperlata di sudore per l’impegno che ci ha messo.

Federica, che in queste settimane si divertiva a rivolgersi agli altri canticchiando le parole che aveva da dire loro, ha ridotto senza indugio la distanza tra finzione e realtà, eleggendo prima come sua ennesima sorella il soprano interprete di Gilda (glielo ha chiesto personalmente, è ovvio, e ha ottenuto un pieno assenso) e rivolgendo poi, nell’incontro ravvicinato che abbiamo avuto a fine spettacolo, una dura reprimenda al tenore interprete del Duca di Mantova: “Sei un farfallone! Devi cambiare, tu”.

Questo è Div.ergo all’opera… per l’opera. Un’opera lunga dieci anni, in verità, che prima di portarci a teatro ci aveva già condotti di volta in volta a bordo di un aereo – per vedere dal vivo le opere di artisti dopo averli conosciuti tanto da sentirli amici o fratelli – o a fare quattro passi nel nostro animo, provandoci nello scandagliare i nostri vissuti, dare loro parole adatte ed elaborare risposte inedite.

Ora si apra il sipario: comincia il secondo atto.

(Vito Paradiso)

La testa di chiodo - Interviste su una poesia di Gianni Rodari

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Chi è capace di rendere un banale oggetto di uso quotidiano un’occasione su cui soffermarsi e ragionare? Roba da artisti, come René Magritte e le sue mele, Duchamp e la ruota di bicicletta, i barattoli di zuppa Campbell’s di Warhol.

Per la nostra rubrica Quattro passi nell’animo, il nostro momento di riflessione tra una pennellata e l’altra, abbiamo scovato un poeta capace di farci concentrare lo sguardo su un semplice chiodo. Chiodo piccolo o grande, in ferro o acciaio, fate voi! Ci interessa quella testa resistente e dura che ha e che – per dirla con Rodari – “non ci ragiona”, così come “capita a più di una persona”.

Una metafora appropriata per Valentina T. “utile per parlare di quello che abbiamo dentro e magari togliere qualche idea fissa”. Indigesta per altri, come Aurora e Pierluigi, che fanno ancora i conti con la loro resistenza a smussare e ammorbidire alcuni tratti del proprio carattere e che per questo, nella consueta intervista, si sono barricati dietro un no comment.

Messo alla prova, ciascuno è stato capace di tirare fuori le situazioni in cui s’incaponisce e non usa il cervello: Giulio “quando chiedo ai genitori se accettare o meno un invito e non dico cos’è che desidero fare io”; Gabriele e Francesca quando non collegano testa (orecchie comprese) e lingua e ripetono cose già dette.

Stavolta, però, i nostri artisti si sono superati nell’individuare con acume le situazioni in cui protagonisti sono i loro genitori e qualche amico: “Mi è piaciuto conoscere meglio come fanno i miei genitori e quelli degli altri – dice Alessandra – quando hanno la testa di un chiodo, quando danno a noi la colpa di una multa oppure sono loro che non accettano i nostri consigli e poi sbagliano, pensando che sono gli unici a darli”.

Per Valentina M. è un chiodo fisso la canzone che abbiamo musicato sulle parole di Rodari, per cui basta darle l’attacco per sentirla intonare i primi versi “La palma della mano, i datteri non fa…”

Giulio è rimasto incantato dall’aspetto poetico, tanto da dire che quello che più lo ha preso è “il gioco dei doppi sensi che lui fa e quelli che abbiamo costruito noi, giocando con le parole”; Giuliano dalla possibilità di accorgersi “che Nicola si incaponisce quando le cose non vanno per come le ha programmate. Una cosa che di lui, per come è fatto, non sembrerebbe possibile”.

Quanto ci ha fatto discutere la testa di un piccolo chiodo, anche se non ci ragiona! La nostra, almeno questa volta, l’abbiamo usata tanto e bene.

(Gianluca Marasco)

Vincent, un artista tra artisti

autoritratto van gogh 1887

Sette lettere appese, contornate di girasoli in resina. Poi un piatto nero esposto in vetrina con gli Iris. Questa è la traccia visibile del passaggio di Vincent Van Gogh nelle stanze del Laboratorio e dell’Officina.  Ma ciò che ha lasciato la storia del pittore olandese tra i nostri tavoli è molto più pregnante e intimo, se recuperato dalle parole e nella memoria dei nostri artisti che per due mesi lo hanno studiato e conosciuto.

Come in vita, Vincent suscita un mix di sentimenti contrastanti: lo stupore per ciò che ha vissuto e realizzato, da un lato. Ognuno dei nostri artisti cita e spiega uno dei quadri di Vincent e ne ricorda dettagli e caratteristiche: “I mangiatori di patate, aveva quei colori scuri”, dice Federica; “Il ramo di mandorlo…” dice Alessandra M.; “…dipinto quando è nato il nipotino!”, aggiunge Valentina. “Amava fare i ritratti e i panorami”, spiega Lucy. “I Girasoli… il giallo!”, aggiunge Valentina M.

Anche la sua vita emerge per flash nitidi: “È stato con i lavoratori in miniera” (Federica), “parlava loro di Gesù, li voleva sollevare dalla tristezza” (Arianna), “Aveva la meraviglia di guardare l’universo e la natura” (Laura), “ha dovuto cambiare molti lavori, la sua vita non è stata semplice” (Valentina T.).

Ma c’è anche la difficoltà a collocarlo precisamente. C’è qualcosa di ineffabile nella passione che anima gli artisti di Div.ergo nei confronti di Vincent Van Gogh. Per esempio, sono discordi nel dire se un laboratorio come il nostro sarebbe di suo gradimento: “No, è una persona scorbutica, scontrosa”, afferma Laura; “Gli piacerebbe, ma lui amava lavorare all’aria aperta, in campagna”, riflette Valentina. Altri sono più possibilisti o vedono la cosa da un punto di vista più pratico: secondo Giulio “Ci avrebbe dato una mano per dipingere, insegnandoci le sue tecniche” e Giuliano lo immagina bene al tavolo dei ceramisti (“Lui è molto bravo a dipingere, si sarebbe trovato bene a collaborare con noi”).

Ciò su cui nessuno ha dubbi, però, e su cui ad un certo punto si focalizza l’attenzione di tutti è la bellezza del rapporto con il fratello. “Fratello Theo!”, è la risposta di Gabriele alla domanda su cosa gli fosse piaciuto di più della storia di Vincent. “Andava d’accordo con il fratello!”, dice Lucy. “Si scrivevano tante lettere! – aggiunge Federica – e si aiutavano”. E Andrea ricorda il numero delle missive che i due si sono scambiati, e poi Alessandra parla dei quadri che Theo vendeva per conto di Vincent, perché sapeva che era bravo. Quello che resta più vivo è la forza di costruire a lungo un legame così profondo, ciò che ciascuno di noi ammira e desidera.

Gianluca Marasco

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