Datemi un uomo normale ed io lo guarirò (C.G. Jung)
Quando si pensa ad un laboratorio creativo in cui artisti e volontari sono insieme, non è peregrina l’idea che lo scopo del laboratorio sia nelle mani di tutti e che la stabilità e il futuro dell’esperienza sia legata, in particolare, ai volontari. Senza la loro presenza – e questo è pensiero comune – il Laboratorio non esisterebbe.
Come negare che, nella realtà, le cose vadano proprio così?
Eppure, a Div.ergo, in questi ultimi 5 anni, è accaduto qualcosa di diverso. Con una costanza che – dati alla mano – si può definire annuale, uno dei volontari, sulla cui competenza e maestria si reggeva, in modo significativo, un settore delle lavorazioni degli artisti, è venuto meno al suo impegno. Motivi personali, motivi affettivi, crisi – non di senso, ma di futuro – hanno causato l’abbandono temporaneo o definitivo del laboratorio.
Tener fede a quello che si promette o si sceglie è cosa che può fare chi è capace di modificarsi costantemente, di mettere in atto quei cambiamenti di sé, necessari per vivere meglio, restando in una osmosi vivificante fra dentro e fuori, senza rompere tutto quello che ha realizzato fino a quel momento; oppure può farlo chi attraversa le turbolenze e trova svolte nuove e vere per il proprio essere ed il proprio esistere, restando saldo nei rapporti di fiducia che ha instaurato, quei rapporti in cui ha detto, in qualche modo: “Tranquillo, appoggiati, io non scapperò”.
Ma tutto questo chiede una maturità e una solidità della persona che non è facile non solo trovare, ma neppure coltivare in un tempo “liquido” come il nostro, in cui nulla può essere considerato stabile, in cui le ubriacature del sentire smantellano tante vite e bruciano le relazioni.
A Div.ergo continuiamo a fare l’esperienza della solidità e della fedeltà degli artisti: loro, che sarebbero giustificati per qualunque crisi, in realtà ci sono sempre. Tengono fede alla loro opera fatta con le mani, ma anche a quella umana, fatta di relazione. Se attraversano periodi di scontrosità, silenzio o logorrea, se non stanno bene e le lacrime riempiono i loro occhi, se rallentano il ritmo e in una giornata concludono davvero poco, se non riescono a gustare, per giorni, la compagnia, se nascondono la loro sofferenza e poi la fanno esplodere in capricci inattesi, prese di posizione e fissazioni… restano, e sono quella provocazione costante a trovare risposte nuove, a ricomporre le ore, gli incontri, le parole e il lavoro, perché quanto li agita dentro possa stemperarsi o trovare una soluzione.
Loro, i nostri artisti, sono maestri di Vita. Tutto sta nel voler andare alla loro scuola. Una scuola che insegna molto, “in differita”, cioè quando, tornando a casa, abbiamo il tempo e lo spazio per riflettere su quanto ci mostrano e vivono, per trarne fuori quel saper vivere che mostra – in modo lapalissiano – come ogni svolta e passaggio della vita, per quanto critico, si realizza con gli altri, in particolare con quanti ci amano davvero.
Maria Teresa Pati