Orchestrare l’uguaglianza

Immaginate un incontro, casuale, di un artista con il nostro Laboratorio; immaginate che l’artista sia un architetto sensibile ai temi della diversità; immaginate la facilità di contatto con i nostri artisti e, da qui, l’idea di una loro partecipazione ad una mostra, nel suo spazio espositivo. E poi l’incontro, l’occasione di intrecciare due modi di pensare l’arte – quello che si respira nel nostro Laboratorio e quello dell’architetto Michele Pagano – e circa due mesi di appuntamenti del sabato mattina, durante i quali è stato ovvio accogliersi, misurarsi, conoscersi, studiarsi reciprocamente sui tavoli da lavoro. L’idea di valorizzare l’arte come espressione di piena spontaneità, libertà – da una parte – e l’idea di un laboratorio che, in se stesso, è un’opera d’arte, si sono pian piano evidenziate. Il punto di fusione è stato grandioso, giocato su un terreno che, in sé, di artistico non aveva nulla, ma era squisitamente umano.
Dopo una serie di appuntamenti – in cui l’Architetto ha dichiarato di essere lì per lavorare e dipingere con loro – dopo che ha realizzato alcune opere, dopo che ha messo mano con loro sulla ceramica, una bella e fresca mattina di marzo, Fabrizio lo ha apostrofato: “Sì, però al laboratorio si lavora col camice!”. Ecco fatto. L’arte che ciascuno può esprimere passa anche dall’indossare – tutti – un camice, quando si sta in laboratorio. A meno che non si vada lì come osservatori o visitatori…
Gli artisti, a Div.ergo, sono tutti uguali. Hanno tutti un riflesso di quella Assoluta Bellezza presente nell’uomo che si manifesta in modi, tratti, parole e gesti assolutamente diversi fra loro, ma meravigliosamente componibili e rintracciabili nelle piccole opere che lì si realizzano insieme.
Pierangelo Sequeri dice che c’è un’uguaglianza che si impone di non guardare alle differenze: è quella fra diversi ed è precostituita, forzata, astratta.
A Div.ergo, invece, l’uguaglianza ha il suo punto di forza proprio nell’orchestrare l’incontro delle diversità in modo da mostrare, in filigrana, quanto siamo uomini perché in relazione.
Al senso dell’uguaglianza astratta siamo tutti fortemente esposti e ci rendiamo conto molto poco di quanto sia ambiguo e problematico. Non è questo il punto di partenza, infatti, che sollecita e provoca ad una riflessione, ad un approfondimento: l’uguaglianza è semplicisticamente presupposta, quasi che la qualità umana presente in ciascuno sia per se stessa evidente e capace di determinare tout-court comportamenti costruttivi reciproci, cura efficace della relazione. Nel concreto, chi è considerato diverso – qualunque sia la sua diversità, culturale, di razza, mentale, fisica… – è guardato non per la bellezza di quell’umanità comune che in lui si rivela, né per la qualità comune data dall’essere uomini, neppure per le sue potenzialità umane. È guardato, piuttosto, a partire dall’evidenza di quanto è diverso ed è considerato, solitamente, un deficit. Uno sguardo, questo, che considera “lavoretti da bambini” quelle che sono opere d’arte e finisce con l’inibire, smorzare la potenza evocativa del Tutto di ciascuna vita in relazione. 

Maria Teresa Pati

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