Esplode la vita
Ammiro le persone che si prendono cura degli altri. Soprattutto coloro che lo fanno con gratuità. Ho sempre pensato che anch’io dovrei fare qualcosa. Il punto è che lo penso e non riesco a farlo. Una cosa sono i pensieri, che magari si presentano belli, ben altro impegno richiede l’azione.
Ma anche l’ammirazione per chi si preoccupa della salute degli altri scompare quando la scena è occupata in modo totale dalle persone che di un proprio limite o di una propria sofferenza fanno una leva per esaltare la vita. Per me resta un mistero questo passaggio: dal dolore e dalla fragilità alla vita che esplode in tante piccole azioni e comportamenti. Questo pensiero ha occupato la mia mente il 7 luglio del 2012 quando ho assistito al teatro Paisiello alla rappresentazione in scena di una fiaba di Sepulveda, La gabbianella e il gatto. Quella sera faceva un caldo limaccioso, ma la ricorderò come una grande lezione. Tutti gli attori costituivano un’unica realtà, un racconto corale di sentimenti e di intelligenza. Non riuscivo a distinguere, malgrado i miei sforzi, chi era il “normale” e chi il “disabile” o “diversamente abile” come il politicamente corretto suggerisce. Quella sera ho capito che le classificazioni e le gerarchie sociali e culturali sono solo una nostra invenzione per fare ordine attorno a noi e difendere le nostre abitudini. È il nostro cinismo a creare le barriere. Normalità e disabilità sono convenzioni create dalla sociologia della produzione meccanicistica.
Sia benedetto chi afferma: ti riconosco, adesso ti do una mano. Quel “ti riconosco” è riferito a una persona vera e concreta, con un nome e cognome, con una storia individuale e con le sue difficoltà. Molti di noi parlano dell’umanità come di un sentimento diffuso su tutta la terra. Non costa nulla farlo. Se i bambini poveri muoiono in televisione, in un Paese lontano, reagire con un sentimento buono oppure con un confuso proposito di generosità ci fa stare meglio. Rifugiarsi nell’idea di una storia generale significa sottrarsi all’altro. Le parole o le buone intenzioni non richiedono uno sforzo particolare di altruismo. Anche io mi colgo in fallo quando uso le parole pensando di aver fatto qualcosa. Così alimento il cinismo. Invece, chi ascolta, riconosce ed entra nella storia concreta di ogni singolo individuo, in modo lieve e operativo, ne sa cogliere valori e bisogni, e agisce per favorire la sua esistenza, ecco chi riesce a fare questo senza sforzo, in modo spontaneo esprime il meglio dello spirito umano.
Le persone che donano il proprio tempo libero al Laboratorio Div.ergo sono speciali. Sono migliaia le associazioni di volontariato. Troppe per distinguerle nelle loro opere. Eppure, distinguere è necessario, perché dobbiamo sostenere coloro che realmente si prendono cura degli altri. A volte il volontariato rischia di essere un prolungamento dello stato burocratico. Non è il caso del Laboratorio Creativo Div.ergo di via Vittorio Emanuele. Ma specialissimi sono gli Artisti che lavorano la ceramica: nei loro pensieri e nelle loro mani esplode la creazione del barocco che dalle facciate di chiese e palazzi si trasferisce veloce nell’invenzione pittorica.
Antonio Tondo
giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, cultore dell'uomo, nostro amico