I Clowns di Giuliano

Linee nere, morbide e sottili,
o dolcemente curve,
di tanto in tanto sproporzionate.
Colori freddi, che si combinano su cappelli e bottoni,
e caldi, che si rincorrono sui particolari:
un uccellino, un fiore, un naso un po’ più tondo e grosso degli altri.
I clown di Giuliano sono allegri,
con un sorriso bello, come il suo,
e con quel velo di malinconia – proprio come il suo – che sbuca a sorpresa,
quasi impercettibile,
nel fiorellino disegnato appena,
nello sguardo serio, poco sopra la bocca,
nei colori quasi del tutto assenti sullo sfondo.
Giuliano passa dai suoi clown ai pianeti di Mirò,
dai mobiles di Calder alle figure primitive della Grotta dei Cervi di Badisco,
alle mele di Magritte, ai gatti, ai quadrati di Mondrian…
Il suo pennello corre sulla ceramica
con la stessa naturalezza con cui lui corre per le strade della città
e non ti vede se non si scontra con te.
Sembra non aver bisogno di nessuno, eppure,
a volte, la sua pennellata frettolosa deve essere cancellata e rifatta:
sono quelli i momenti in cui fermarsi e far emergere la parola,
quella che spontaneamente lui trattiene,
quella arguta e profonda che – accompagnata – sgorga dal suo intimo,
quella decisa che afferma un’idea a lungo meditata,
o quella curiosa che fa domande per sapere, per chiarire un dubbio.
Giuliano è così:
irraggiungibile come le stelle di Mirò,
quando trascorre anche due ore in silenzio, chino sul suo lavoro;
allegro come i suoi clown,
quando parla in emiliano o gioca con i proverbi e gli scioglilingua;
leggero come i mobiles di Calder,
quando si lascia coinvolgere affettivamente da chi lo circonda e ha bisogno di lui.
La sua presenza, in laboratorio,
invita tutti ad avvicinarlo
con quel calore e quell’affetto che non chiede mai
e di cui sembra non avere bisogno.
Eppure è il più freddoloso degli Artisti di Div.ergo
e come è diverso il suo sguardo quando,
rotto il muro di silenzio e di distanza,
si ritrova in mezzo a tanti.
Maria Teresa Pati