Editoriale

Si cresce... anche così

Un autore a noi caro -  incontrato personalmente con gli artisti di Div.ergo - in un suo famosissimo libro fa dire al protagonista, Malaussène:”A nascere tutti sono buoni! Persino io sono nato! Ma poi bisogna divenire! divenire! crescere, aumentare, svilupparsi, ingrossare (senza gonfiarsi), accettare i mutamenti (ma non le mutazioni), maturare (senza avvizzire)”…

Parole che abbozzano un programma di vita o l’orizzonte per un progetto comune cui si vuole dare respiro, senza perderne il cuore, i tratti più propri. Parole che parlano di noi.

Quando in Laboratorio arriva qualcuno che si sofferma a guardare non solo i prodotti esposti, non è difficile cogliere che sta cercando ciò che non è dato per essere venduto, ma c’è e si fa costantemente: la Vita. E la cerca nella rete degli sguardi, negli intrecci di parole, nel farsi degli incontri delle mani con la materia di quanti sono seduti ai tavoli per creare un angelo, un gioiello, un decoro su un vaso…

In questi incontri, immediatamente riconoscibili, si gioca l’essenziale: si gioca la scoperta che il nostro mondo è nostro nella misura in cui lo possiamo condividere con altri; è nostro - originale e unico - se riusciamo a giocarcelo nella prossimità, in una relazione fatta di accoglienza e condivisione.

Come accade per ogni incontro vero, quello con il Laboratorio è rimasto nel cuore e nei pensieri di altri, giunti da varie parti d’Italia e rimasti con noi per una piccola frazione della loro vacanza.

E questi nostri visitatori-clienti, poi ci hanno scritto. Ci hanno raccontato di sé, della loro fatica, delle loro speranze, della meraviglia e della sorpresa dell’incontro con noi, del desiderio di portare nelle loro città, fra i giovani che conoscono, il cuore del nostro lavorare insieme, unito alla bellezza dei prodotti e alla specialità del nostro stile. 

“Ho conosciuto il vostro laboratorio la scorsa estate, durante una vacanza a Lecce... mi ha colpito la vostra attività perché è quella che sogno io da tempo e che ho provato ad intraprendere da qualche anno nel luogo lì dove lavoro. (…) Voi mi avete ridonato la voglia di credere che nulla è impossibile e che se si crede ad un sogno bisogna fare del tutto per realizzarlo. Ho condiviso quest'incontro con la coop in cui lavoro, mostrando la vostra pagina e i vostri prodotti. La cooperativa gestisce diversi centri diurni nel territorio di Frosinone e di Latina. Il progetto si chiama Mestier-Arte. Abbiamo pensato di creare un momento formativo dove poter trasmettere il senso del progetto a chi collabora con noi tutti i giorni attraverso il racconto della vostra esperienza, di ciò che fate nel quotidiano e di come l'avete costruito.” Un modo per far capire concretamente che credere in un sogno è il primo passo per realizzarlo....e forse una delle possibilità è entrare dentro al Sogno… assaporandolo. Capisco la distanza....non so se è possibile io ci provo. Cristina Frioni (Frosinone)”

Dinanzi a parole come queste, o come quelle che ci sono giunte da Aosta, dove una cooperativa agricola ha aperto un negozio ispirandosi a noi e ci ha chiesto di poter esporre anche i nostri prodotti, non possiamo che confermare che crescere significa divenire tanti, diversi, ma capaci di contagiarci con le cose belle, quelle che parlano di Vita e fanno più bella la vita di tanti. Div.ergo ha imboccato con gioia questo sentiero.

Maria Teresa Pati

Per sempre bambini?

37. Div.ergo Torino pub 2017È ancora radicata, nella mentalità comune, una rappresentazione delle persone con disabilità impastata di ignoranza e pregiudizi, una rappresentazione che, come tutte le rappresentazioni, non è innocua in quanto su di essa si strutturano modi di pensare e progettare l’azione sociale in tutti gli ambiti, da quello medico-riabilitativo, a quello educativo, lavorativo o affettivo-relazionale, per citarne alcuni. Questa rappresentazione genera l’idea che la disabilità sia un problema di salute, che le persone con disabilità siano eternamente ragazzi, quando non addirittura bambini. Addirittura accade ancora di sentir parlare qualcuno di persone handicappate o minorate, benché l’Organizzazione Mondiale della Sanità, già dal 2001, sia approdata ad una considerazione della disabilità non più come problema di un gruppo all’interno di una comunità, ma come esperienza che chiunque può attraversare nell’arco della propria vita.

La disabilità è oggi considerata dall’OMS una condizione di salute in un ambiente sfavorevole: si tratta di un approdo importantissimo, perché consente di valutare e integrare l’aspetto medico-sanitario insieme con quello psico-sociale, aspetti che devono essere necessariamente considerati insieme quando in gioco è il rispetto dei diritti della persona.

Intendo condividere con voi qualche riflessione sull’aspetto psico-educativo-sociale del discorso.

C. Lepri afferma: “Anche le persone con diversa abilità cognitiva diventano adulte”: banale, se l’essere adulti si riferisce al dato anagrafico o ai cambiamenti morfologici determinati dal timer biologico; meno scontata se si pensa l'adultità come una dimensione esistenziale.

Proprio a partire dal considerare l’adultità una dimensione esistenziale le persone con disabilità, in particolare con disabilità intellettiva, possono trovarsi ad affrontare nuovi compiti e a gestire nuove responsabilità.

Culturalmente, le responsabilità e i compiti propri dell’essere adulto sono collegati con i ruoli sociali e questi, fino a pochissimi decenni fa, erano del tutto estranei alla rappresentazione di ciò che poteva fare e doveva essere una persona con disabilità intellettiva, al punto da non essere neppure presi in considerazione in relazione alla loro vita.

Il cambio di prospettiva, nei paesi del Nord Europa è già ampiamente avvenuto; nel nostro Paese, e in particolare nel Sud del nostro Paese, è invece ancora agli inizi e la strada da fare appare molto lunga. Questo anche perché non avviene tout-court il passaggio dal comprendere e affermare che chiunque presenti una disabilità deve entrare attivamente nei ruoli sociali al realizzarlo. Perché si verifichi il passaggio dall’idea ai fatti, sono necessarie 3 condizioni: la prima è la possibilità di accesso ad alcuni ruoli propri di questa età della vita, anche se non in modo pieno, e fra questi un ruolo lavorativo è indispensabile, come un ruolo attivo nel ménage familiare, che preveda compiti fissi e costanti, come pure l’accesso ad esperienze culturali e del tempo libero senza la presenza dei familiari, in un gruppo di pari. Questa prima condizione si verifica solo se i contesti sociali hanno una buona capacità e un adeguato grado di inclusione.

La seconda condizione è il modo di pensare la persona con disabilità intellettiva e di operare nei suoi confronti, da parte delle famiglie e di tutte le agenzie educative coinvolte. Questo modo deve contemplare l’idea che sia possibile per il figlio con disalità intellettiva diventare grande, condizione che poggia sulla capacità di tutti gli attori coinvolti di immaginare, elaborare e attuare un progetto di vita. La terza condizione fa riferimento in modo più diretto alla dimensione psicologica individuale, riguarda la cura e il potenziamento dei processi di individuazione, la cura e il potenziamento dei processi di autonomia e di quelli di autodeterminazione. In tutto questo, il ruolo della famiglia è fondamentale: sono proprio gli atteggiamenti e i comportamenti che essa assume verso il figlio con disabilità intellettiva a determinare la possibilità o meno, per quest’ultimo, di accedere ad un’identità adulta in quanto è la famiglia che dà il permesso di crescere.

È proprio in questo contesto che la persona con disabilità intellettiva è vista come l’eterno bambino, quindi – soprattutto da parte della madre – bisognoso di accudimento, di assistenza, per tutto il giorno e per tutta la vita, anche nelle situazioni in cui potrebbe fare da solo; bisognoso di una presenza totalizzante dei genitori, di protezione, quasi fosse un malato.

L’infantilizzazione, anche involontaria, ad esempio quella di chi non favorisce la consapevolezza del limite, nega al figlio il raggiungimento della maturità e, conseguentemente, la possibilità di gestire da sé la propria esistenza.

Questo traguardo non può essere raggiunto né in maniera spontanea, né autonomamente dai soggetti con disabilità, richiede aiuti e stimoli adeguati che il gruppo familiare deve essere in grado di elargire prima e in modo migliore rispetto alle agenzie formative o ad altri contesti socializzanti.

Compito di tutti i genitori è accompagnare i figli nel percorso, unico e irripetibile, verso l’adultità, cercando continuamente l’equilibrio migliore fra le spinte protettive, che si basano sulla tensione a soddisfare i bisogni e quelle orientate all’emancipazione, fatta di autonomia e indipendenza.

- E l’autonomia, come afferma Lascioli, non è il prodotto delle competenze, infatti accade che ragazzi con disabilità che hanno le competenze necessarie non diventano autonomi e questo accade perché le famiglie non vogliono. Pensarsi adulti, dunque, per la persona con disabilità intellettiva, è frutto dell’essere stato pensato adulto, autonomo.

- E pensarsi autonomi non significa essere in grado di fare tutto da soli quanto, invece, poter integrare le proprie competenze con quelle degli altri.

di Maria Teresa Pati - 2019

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