Editoriale

.ergo

Aggiungendo questa pagina di .ergo alla vostra raccolta, vi accorgerete subito che si salta un numero: dal 24 si passa al 26.
Capite subito che non è un errore di impaginazione: il gruppo dei nostri volontari addetti alla Comunicazione fa sempre le pulci su quello che scriviamo… un errore del genere sarebbe stato madornale!
Il numero 25 è stata l’occasione per un’edizione speciale, una di quelle che non si dimenticano, non si smarriscono, perché ha la forma di un libro. Perché proprio il numero 25? Ve lo racconto, riportando l’introduzione del nostro primo volume, edito da Milella e disponibile in Laboratorio e su IBS.it.

Il numero 25 è un numero dispari, composto, idoneo, potente, automorfo, è un numero di Friedman, è un numero quadrato centrato… e potremmo continuare ancora: i matematici hanno tanta fantasia e tante cose da dire sull’astratto.

Per noi del Laboratorio è, invece, un numero cartaceo: 25 sono le pagine di diario che, iniziate quasi per caso nel dicembre 2011 - per il piacere di scrivere e condividere - ora accompagnano l’esperienza culturale e di tipo lavorativo che un gruppo di diciassette giovani e adulti in situazione di fragilità vive quotidianamente in quella nicchia di bellezza e di colore, collocata nel complesso del Convento dei Teatini della città di Lecce, nella zona pedonale del centro storico, che è il Laboratorio Creativo Div.ergoArte.

.ergo, come ogni pagina di diario che si rispetti, fra le righe rivela il carattere di chi lo scrive, ed è sempre scritto a molte mani e a tante teste; riflette i sentimenti e i vissuti, quelli degli artisti del Laboratorio e quelli dei volontari.

Periodicamente ci si ferma, tutti insieme, a ricostruire quanto è accaduto giorno per giorno: i discorsi intorno ad una poesia o una notizia di cronaca, la conoscenza della vita e delle opere di un collega artista con la A maiuscola; il ritratto fatto con le parole ad uno del gruppo, 4 passi nell’anima per dare voce a quello che non si era mai pensato di esprimere prima, l’incontro con un cliente che si ferma a parlare con noi mentre creiamo insieme le nostre opere, stupito e incuriosito dal clima allegro e dalla sapienza degli artisti…

Così nasce un numero di .ergo. E le sue parti non sono altro che pennellate di ore condivise, sottratte alla banalità del vuoto attraverso la compagnia, il lavoro, la parola, la costanza di stare con gli altri anche quando qualcosa va storto a qualcuno.

A tutto, poi, aggiungiamo un punto di vista - il nostro - sulla diversità, su questo carattere che fa unico ogni uomo, una diversità che riteniamo debba essere vista e riconosciuta anche quando, per esprimersi, ha bisogno della cura attenta di altri.

Maria Teresa Pati

10 anni... e tanta voglia di crescere

artisti 10 anni

“Rendimi il tempo della mia adolescenza, quando ancora non ero me stesso, se non come attesa.” (Goethe, Faust)

Il Laboratorio non ha bisogno di chiedere a nessuno che gli sia reso il tempo che non è più: nell’adolescenza, infatti, sta per entrare, in punta di piedi, e lo vuol fare con tutte le attese e le speranze in un futuro in cui, in qualche modo, è già, con i sogni che lo animano, con le intuizioni cui mettere mani e piedi per farle diventare nuove avventure e originali percorsi verso uno stile di vita sempre più adulto, alla portata di ogni artista.

Quando, dieci anni fa, abbiamo iniziato ad abitare lo spazio che il Comune di Lecce ci ha concesso per il Progetto Div.ergo, avevamo al nostro attivo tanta voglia di cambiare un po’ il mondo, di farlo diventare un po’ di più casa di tutti e di farlo guardando in faccia quei nove amici – gli artisti – che erano già con noi in altre esperienze.

Di quegli artisti alcuni non sono più in laboratorio: Mariella ci protegge dal cielo, altri – o chi per loro – hanno preferito esperienze diverse o manifestato esigenze cui il Laboratorio non poteva rispondere.

Ma altri otto si sono aggiunti e, guardando alla strada fatta, al tempo condiviso, siamo invasi dallo stupore. La realtà, davvero, ha superato la nostra stessa immaginazione. Oggi tre nostri artisti hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Oggi tutti i nostri artisti sono in grado di raggiungere a piedi il laboratorio, autonomamente. Oggi tutti hanno maturato una competenza artistica ed un’apertura culturale davvero inimmaginabili in partenza. È proprio di questi giorni la sorpresa di sentir canticchiare, mentre si dipinge un Iris di Van Gogh o si manipola la resina per costruire un presepe, le arie del Rigoletto, ultima tappa del nostro viaggio fra le bellezze della parola e della musica.

Mi sento di dire che oggi, la nostra Città, grazie alla presenza del Laboratorio, è più bella: quante persone, in questi dieci anni, hanno potuto cambiare idea sulla disabilità; quante sono entrare attratte dalla gioia che si vede dipinta sui volti, quante hanno aperto il cuore alla speranza di futuro per i propri figli. Quanti turisti ci hanno arricchito con la loro benevolenza e quanti complimenti abbiamo ricevuto per l’Amministrazione della città e per l’esperienza!

Tutto questo, però lo consideriamo periodo di prove tecniche: ora per noi è tempo di crescere, è tempo di dialogare più intensamente con l’Amministrazione e con le altre associazioni per costruire reti capaci di contribuire a quanto rende la Città un luogo in cui tutti i cittadini, nessuno escluso, sono protagonisti, attivi costruttori di benessere e di ben vivere. È tempo di cercare le strade percorribili, perché ci sia lavoro per molti. È tempo di fare passi per una vita più autonoma per le persone con abilità diverse, una vita che faccia dell’essere adulti quella soglia da varcare per diventare costruttori di un mondo altro, dove le relazioni, la collaborazione, il desiderio diventano le leve per forzare alla speranza un tempo che sembra bombardato dall’egoismo, da forme di negazione dell’umano che rischiano di far orientare la storia verso la morte.

Noi, a Div.ergo, abbiamo questo programma: rimboccarci le maniche per costruire una Vita più bella per molti, sporcandoci le mani.

Maria Teresa Pati

Quando la strada è in salita. A scuola di diversità

Qualche sera fa sfogliavo per caso un glossario di sociologia. Mi sono imbattuta in questa definizione: “Col termine integrazione si intende l'inclusione delle diverse identità in un unico contesto all'interno del quale non sia presente alcuna discriminazione e nel quale venga praticata la comunicazione. (…) L'integrazione è il processo attraverso il quale il sistema acquista e conserva un'unità strutturale e funzionale, pur mantenendo la differenziazione degli elementi. L'integrazione è anche il prodotto di tale processo, in termini di mantenimento dell'equilibrio interno del sistema, della cooperazione sociale, del coordinamento tra i ruoli e le istituzioni”. 

Qualcosa in contrario? Credo proprio di no. Chi si permetterebbe? 

Ma poi, ho provato un certo disagio. E mi è venuta in mente una cosa che stiamo sperimentando da alcuni anni. Una cosa che, personalmente, osservo con un certo sbigottimento. 

Avete presente le nostre Scuole? Sì, quelle di ogni ordine e grado, proprio quelle dove si lavora tanto per l’integrazione o, come molti, oggi, preferiscono dire, per l’inclusione. Bene, in queste Scuole della città e della Provincia, fucine di progetti, iniziative, incontri con esperti e sul territorio, abbiamo fatto capolino, negli ultimi 5 anni, in modo discreto, con una mail e qualche volantino, per proporre SCUOLA DI DIVERSITÀ.

Di che si tratta? È presto detto: 4 ore in cui gli studenti – dalla III della Scuola Primaria alla Scuola Superiore – si spostano nel Laboratorio Div.ergo e, conversando, ascoltando, lavorando, intrattenendosi con i nostri artisti, che in questo caso assumono un ruolo docente, si immergono in un contesto in cui la diversità si tocca in tutta la sua ricchezza, nella sua bellezza, in quelli che sono i valori di cui è portatrice. Inoltre, l’integrazione, l’inclusione non sono concetti su cui ragionare insieme o su cui qualcuno si permette anche di storcere il muso, ma sono una cosa che si fa insieme, si sperimenta con naturalezza e, alla fine, genera la sorpresa inaspettata di rendersi conto di aver toccato più profondamente se stessi. 

Questa è SCUOLA DI DIVERSITÀ. 

E a questa scuola non vuole partecipare nessuno, o troppo pochi – tre classi all’anno – in un contesto in cui ancora troppi sono i bambini, i ragazzi e i giovani esclusi, fatti oggetto di atti di bullismo, percepiti come un peso o guardati con compassione, con difficoltà o, e non esagero, con disprezzo dai coetanei

Ma forse i 3,50 euro a partecipante che chiediamo per sostenere le spese vive per la realizzazione del progetto sono troppi… 

O forse è più formativo parlare e basta.

Maria Teresa Pati

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